venerdì 29 gennaio 2010

Giordano Bruno One of us



di Diego Gabutti


"Cossì dunque gli altri mondi sono abitati come questo?" chiede Burchio. E Fracastorio, con l'aria di sapere che cosa sta dicendo: "Se non cossì, se non megliori, niente meno e niente peggio. Perché è impossibile che sieno privi di simili et megliori abitanti mondi innumerabili che si mostrano o cossì o più magnifici di questo". Queste battute di dialogo, che sembrano uscire dai verbali d'un circolo ufologico, sono invece tratte da un'opera cult di Giordano Bruno: De l'infinito, universo e mondi. Giordano Bruno sta parlando d'altri pianeti abitati nell'universo. Qui si prefigurano tutti gli ET e le Guerre dei mondi e i Visitors e le Morti Nere a venire. Enrico Fermi, quasi quattro secoli più tardi, chiederà ai Fracastorii del suo tempo, come lui impegnati a fare e disfare il mondo nelle fila top secret del Progetto Manhattan: "Dove sono, se esistono, gli alieni?". Giordano Bruno, ai suoi tempi, aveva già risposto a muso duro: sono dappertutto, sparsi in mondi "innumerabili".

Non è il primo, tra i filosofi, a farsi immagine di questi condomini sparsi nell'infinito e degli alieni loro inquilini (un po' come gli utopisti e i militanti politici, in tempi più vicini a noi, si fanno immagine del paradiso). Sono millenni che gli astronomi osservano i cieli e calcolano e prendono appunti e lavorano di fantasia. Come racconta Annibale Fantoli in un libro bello e curioso, Extraterrestri, la storia di questi particolari visionari è antica, antichissima. Risale agli albori della filosofia, quando Epepicuro postulava l'esistenza, dentro il vuoto infinito", di mondi (anche lui) innumerevoli e ipotizzava che, all'interno di ciascuno di questi mondi formicolanti nell'abisso dei cieli, fossero "contenuti i semi dai quali si generano gli esseri viventi e le piante e tutto il resto che vediamo esistere". Lucrezio, un paio di secoli dopo, si dichiarava dell'idea che "in altre regioni dello spazio esistono altre terre oltre alla nostra e altre razze di uomini differenti, e altre specie selvagge". Anche Plutarco la vedeva allo stesso modo: mondi a pioggia, come una fuga di immagini riflesse negli specchi che si guardano da pareti opposte in un negozio di barbiere. Persino Sant'Agostino, quando non malediva gli eretici, contemplava la Gerusalemme celeste, ciò che lo metteva talvolta d'umore extraterrestre: mondi senza fine anche per lui, con relative genti, anzi addirittura mondi prima della creazione del mondo che ci è stato destinato - mondi creati "nel tempo prima del tempo", quando Dio non poteva certo restarsene inattivo acontemplare il nulla come gli statali fannulloni evocati in campagna elettorale.

Oggi persino il papa tedesco, anche lui reputato filosofo, se da un lato chiude ogni dialogo con i relativisti e i laicisti, negatori recidivi e irriducibili, dall'altro apre coraggiosamente agli alieni, da cui il Vaticano s'aspetta grandi cose. Ed è un po', a pensarci, come se avesse rubato i dialoghi a James Blish, autore di Guerra al grande nulla: vedi mai che l'onnipotente abbia mandato l'Agnello Suo a toliere i peccati anche da altri mondi. Ma c'è anche un coté laico-materialista dell'affare alieno. Vuole infatti una legenda che più di vent'anni fa, un attimo prima della caduta del Soviet Supremo, quando il leader del Cremlino incontrava quello della Casa Bianca per trattare la resa, Regan avesse proposto a Gorbaciov un'alleanza strategica in caso d'invasione aliena. Né l'uno né l'altro erano esattamente dei filosofi (per quanto a Gorbaciov, che lasciò la carica di segretario generale del Pcus per fare l'ospite d'onore al Festival di Sanremo e il testimonial per una catena di pizzerie, toccò prendere con filosofia gli alti e i bassi della sua carriera). Tuttavia il fato che questa leggenda sia stata tramandata testimonia d'una stretta affinità tra teologia, Hollywood, grande politica e filosofia: l'arte stessa del "magus" rinascimentale. Detto ciò, Giordano Bruno se li lascia tutti dietro, a mangiare la polvere, teologi e filosofi e presidenti e papi e segretari generali. Fu Giordano Bruno a tirare per primo le fila di tutte queste visioni e a dare loro una forma definitiva, anticipatrice, mai andata fuori corso.

Siamo nel Rinascimento e la concezione tolemaica dell'universo è ormai al patatrac mentre si fanno largo a spallate, un po' smargiasse, le teorie di Copernico e dei suoi ragazzi, gli astronomi, gli scienziati e, tra loro, anche qualche esoterista e magus e teorico hard della politica, tipo appunto Giordano Bruno. Che non sia il Sole a danzare intorno alla Terra immobile, ma la Terra a fare quattro salti intorno al Sole, ormai lo dicono in molti sforzandosi di raffigurarsi, ma con fatica e a stento, un universo così strambo (vale a dire un universo in tutto e per tutto teorico e filosofico, al di là d'ogni immaginabile esperienza). Siamo nel Rinascimento, ma la strada, naturalmente, è ancora lunga: per la maggioranza degli umani l'universo rimane uno spazio finito, le stelle fisse, il cosmo un giardinetto immobile che l'Onnipotente coltiva nei ritagli di tempo, come quegli orticelli di periferia, soffocati dallo smog, a lato dei binari della ferrovia, dove zappettano i pensionati la domenica. Giordano Bruno , che pure è scarso nelle scienze esatte, e di gran lunga più a suo agio con quelle politiche e socio-psicologiche, non ha dell'universo un'idea così meschina. Di tutto manca, per esempio di fede, in dio e nel papa, ma ha più fantasia di quanta gliene occorra e così l'universo se lo immagina infinito, eterno, non un monolocale da passarci la vita cheek to cheek ma una foresta senza limiti, una stanza senza più pareti. Lui ragiona così: "Se uno stendesse la mano oltre quel convesso, quella non verrebbe essere in loco, e non sarebbe in parte alcuna, e per consequenza non sarebbe l'essere". Per dirla in lingua più fresca: se qualcuno allungasse la mano al di là dello spazio finito, la mano non occuperebbe alcuna posizione nello spazio né spazio alcuno, dunque non esisterebbe. Ma come augurarselo un universo così? Un universo così è da burletta, non sta né in cielo né in terra. "Una sola risposta risolveva l'indovinello: l'universo era senza confini, quindi illimitato e infinito", scrive Edward Harrison in Maschere dell'universo (libro straordinario, che con l'occasione, e per quel che mi costa, consiglio caldamente a tutti). Bruno non è il solo, intendiamoci, a figurarsi infinito (o meno finito di quanto sembri) l'universo là fuori, oltre il Sole e le stelle. Ben altri astronomi, scienziati veri, stanno provvedendo a dilatare, in quegli stessi anni, gli orizzonti cosmici. Bruno è un dilettante e un visionario. E non ha vergogna. Insaporisce la sbobba astronomica, che dopotutto è una triste scienza, con un pizzico abbondante di spezie fantascientifiche, stile Jules Verne, tipo Isaac Asimov.

Non se lo immagina soltanto infinito, l'universo. Se lo figura anche densamente popolato, plurale, affollatissimo, come le stazioni e gli aeroporti all'inizio delle ferie: ogni stella un sole mio, pianeti a gogò, ovunque uomini e animali. Un po' perché così gli sembra che logica comandi, un po' perché così ragionano i maghi, per simpatie e simmetrie, secondo il principio del tanto mi dà tanto. Bruno salta subito e con sicurezza alle conclusioni, audacemente, dal "bi" al "ba" senza tappe intermedie. Sono conclusioni, per la verità, leggermente fuori misura, che continuano a sembrare azzardose, contestabili e per così dire pazzerellone anche oggi, quando "Urania" esce con regolaritàin tutte le edicolee chi non guarda mai Star Trek non sa cosa si perde, ma intanto sono conclusioni moderne, perfettamente allineate con le nostre alienazioni, di noi civilizzati. Non ha senso qui discutere o addirittura stabilire se bruno avesse torto o ragione. Era un bel ragionamento, il suo. Era un ragionamento filato. Avere anche ragione, dopo averla detta così bene, sarebbe davvero un di più, come i miracoli per i santi. Non lo sappiamo noi, dopoquattro secoli d'osservazioni e calcoli, di telescopi e radiotelescopi, di fisica e astrofisica, se ci sono nell'universo altri pianeti abitati. Figurarsi se lo sapeva Giordano Bruno (o se lo sa adesso il papa, per non parlare di Ronald Regan o di Mikhail Gorbaciov). Non sappiamo neppure, per quanto le teorie di sicuro non scarseggino, se l'universo è infinito e in espansione lineare oppure curvo e ripiegato su se stesso come un lenzuolo nell'armadio, come continuiamo a non sapere neanche vagamente chi siamo e dove si va, ché l'universo è un bel mistero, le scienze arpe di poeti. Noi non sappiamo granché e Giordano Bruno sapeva ancor meno.

Ma per essere uno che tirava a indovinare non mancava d'una certa grandezza. Erano (e sono) tempi bui e morti. Erano (e rimangono) rari gli esseri umani che usano la testa per scopi diversi dall'arricchire i coiffeur. Giordano Bruno, con tutti i suoi difetti, almeno non era un conformista con il rosario tra le mani e una cavezza al collo. Sentite con quale eleganza, e anche con quale esattezza, farnetica e straparla: "Non è un sol mondo, una sola Terra, un solo Sele, ma tanti son mondi quante veggiamo lampade luminose, le quali non sono più né meno che queso mondo in cui siamo noi, sì che il cielo, l'aria infinito, immenso, è seno, ricetto et campo in cui altri sono, muoveno, viveno, vegetano et poneno in effetto gli atti delle loro vicissitudini e producono, pascono, mantieneno gli loro abitatori ed animali. Sì che ciascuno di questi mondi è un mezzo verso il quale ciascuna delle sue parti concorre".

Parole a vanvera. D'accordo. Ma avete mai sentito parlare i politici? E i veri credenti, i megafoni del sol dell'avvenire, i portavoce delle verità rivelate, i portaborse del grande spirito? Vi ha mai suonato il campanello qualche venditore d'aspirapolvere patafisica? Proprio il fatto che, difettandogli la scienza, come e più della prudenza, Bruno lanciasse i dadi per vedere che numero sarebbe uscito o se i dadi per caso non sarebbero oplà svaniti nell'aria, cosa che magus qual era non l'avrebbe affatto sorpreso, fa senz'altro di lui un nostro contemporaneo. One of us, come diceva Marlow, il marinaio di Conrad, uno di noi. (Be', non di tutti noi: qualche presente, come sempre, escluso).

mercoledì 18 marzo 2009

il mio nome è nessuno
























"Dal Western, soprattutto, nasce il mito ed è il mito che dà il miglior cinema. <...> Grazie a esso siete padroni della prateria, del vento, del cielo, dei luoghi in cui non siete mai stati. Poi, ed è molto importante, libera tutto ciò che i personaggi hanno al fondo di loro stessi, li fa ridiventare primitivi, parenti dei Greci: in essi ritroviamo Edipo, o Antigone. Il mito riappare"

Parola di Anthony Mann. E se lo dice il regista de "L'uomo di Laramie" - innegabilmente sceneggiato da Eskilo - possiamo crederci.
L'immaginario western sgambetta in un mondo nuovo e profondamente antico, i cui confini nulla hanno a che fare con quelli geografici o imposti, le cui regole sono già date e mai stabilite -chiedete a Roy Bean.
Un mondo in cui John Wayne è stato immerso da bambino nello Stige (o nel Rio Grande) per poi riemergere invulnerabile.
L'ultimo mondo da sfidare e temere.
Pare che a pensarla così fosse anche James Joyce, uno che sfidò, temette e... pagò il conto, ad Omero.
Folgorato dallo schermo, volle incontrare personalmente Eisenstein per discutere la trasposizione cinematografica del suo Ulisse, suggerendo il nome di John Ford per la regia.
Forse consolatoria per i "letterati", la tesi secondo cui sarebbero state le origini irlandesi del regista ad orientarlo mi convince poco. Molto più attinente al Dublinese -e forse un po' consolatoria per me- è l'intuizione che solo il linguaggio western di Ford potesse tradurre un'Odissea.

"L'Iliade è orientata ad Est rispetto alla Grecia, L'Odissea verso Ovest"
M. I. Finley - "il mondo di Odisseo"


"Cavalcò verso Ovest e andò tutto bene..."

Joe R. Lansdale

lunedì 27 ottobre 2008

due, tre, molti.... illinois!


è rimasta al suo posto fino al 1972 ed esiste ancora, collocata nell'atrio dell'accademia di polizia di chicago. è la statua in bronzo raffigurante un poliziotto, eretta in haymarket square.
tutto quel che avrebbero voluto rimanesse delle rivolte dei primi giorni di maggio del 1886.
più volte danneggiata o distrutta negli ultimi cento anni e oggetto di ben due attentati da parte dei weathermen... nulla da fare, è alla fine sempre risorta.
sul piedistallo di cemento, mai rimosso, si può ancora leggere: "NEL NOME DEL POPOLO DELL'ILLINOIS, VI ORDINO DI DISPERDERVI"

e nella vita, la risposta a tutto rimane sempre john belushi!


I HATE.....

martedì 21 ottobre 2008

Way


hai un meraviglioso futuro davanti... se riesci ad arrivare a domani.

carlito brigante

mercoledì 24 settembre 2008

siamo venuti per poco perché per poco si va



Antonio -

Ai miei occhi il mondo, Graziano,

non è che un palcoscenico

dove ognuno è costretto a recitare la parte

che gli è stata assegnata. Quella mia è triste."


Graziano -

A me sia data la parte del buffone allora;

e siano il riso e l'allegria a scavarmi le rughe dell'età;

il fegato mi si infiammi col vino,

ma il cuore non si raggeli di sospiri mortali.

Perché mai dovrebbe un uomo,

quando il sangue gli scorre caldo dentro,

restarsene seduto come suo nonno scolpito nell'alabastro?

Dormire, se è sveglio? o farsi prendere dall'itterizia a forza di campar di malumore?

Ascolta, Antonio, ch'io ti voglio bene ed è l'amore che mi fa parlare:

al mondo c'è una specie d'uomini dal viso impenetrabile e intorbidito come acqua stagnante,

che serba un ostinato silenzio per acquistarsi fama di saggezza,

gravità e profondità di pensiero e par che dica:

"Son io l'Oracolo, e quando apro la bocca, nessun cane s'azzardi ad abbaiare!"

O mio Antonio, ne conosco di uomini,

reputati saggi sol perché rimangon sempre zitti;

mentre se appena aprissero la bocca, son certo

che farebbero dannare tutti gli orecchi che,

nell'ascoltarli non potrebbero che tacciar da stolti questi loro fratelli.

Ma di questo, parleremo un'altra volta.

Non usare la malinconia come un' esca per pescar l'insipido ghiozzo di una tale stima.

Via, mio buon Lorenzo, andiamo, finirò il mio sermone più tardi...

william shakespeare - il mercante di venezia - atto I, scena I

lunedì 22 settembre 2008

just my rifle...


"incarnava in modo perfetto l'infanzia oppressa dei vicoli. cresciuto sul lastrico. tubercolotico a tredici anni, sifilitico a diciotto, condannato a venti... pallido, con il profilo affilato, l'accento dei sobborghi, gli occhi grigi e dolci... si guadagnava la vita nelle drogherie di mouffettard dove i commessi si alzavano alle sei del mattino preparavano le vetrine alle sette e salivano a riposare in una soffitta alle nove di sera, morti di stanchezza, dopo aver visto durante la giornata il padrone annacquare il latte, il vino, il petrolio, falsificare le etichette...
sentimentale, le canzoni malinconiche dei cantanti girovaghi lo commuovevano fin quasi alle lacrime, non sapeva come abbordare una donna per non essere ridicolo...
si era sentito rinascere sentendosi chiamare compagno , sentendosi spiegare che si può, che si deve <diventare un uomo nuovo>. e si era messo a raddoppiare, nella sua drogheria, la porzione di fagioli delle massaie, che lo credevano un po' matto..."

andré soudy, forse il più sculato della banda bonnot, "l'uomo col fucile".
l'unico a cui serge dedica più di qualche rigo nelle sue memorie.

classe 1892 morto ammazzato nel 1913 ventunenne da soli due giorni.

tra le pagine di un piccolo libro, edito da deriveapprodi, in mezzo alla guerra civile spagnola ed alla ricetta delle vongole allo jerez, si riporta quel capolavoro che sarebbe stato il suo testamento:


1) lascio i miei occhiali, i miei grimaldelli e il mio mazzo di chiavi false al ministro della guerra, affinché impari a risolvere i suoi problemi di militarismo
2) lascio il mio cervello ai decani della facoltà di medicina della sorbona
3) lascio il mio cranio al museo di antropologia e ne autorizzo l'utilizzazione a beneficio delle soupes comuniste
4)lascio i miei capelli al sindacato dei parrucchieri e dei lavoratori coscienti e alcolici. auspico che siano messi all'asta e il ricavato distribuito a favore della causa e della solidarietà operaia.


de andrè e brassens erano sicuramente di là da venire, e a dirla tutta, anche breton e compagni...

"il fait froid, au revoir !"

giovedì 31 luglio 2008

controversi

























"avete bisogno che vi ammazzi qualche drago?"

r. heinlein

lunedì 4 febbraio 2008

Più tardi, mentre finivamo lo sformato di alici, nella sala da pranzo ora trasformata in ludoteca per assassini seriali in fase prepuberale,
ero venuto ad apprendere che questo mese, la frizzantemente retrograda rivista di economia domestica “Marie Lou”, della quale mia madre conservava religiosamente tutti i numeri, impilati in polverose colonne, precarie ma sempre ostinatamente immobili come macerie di un tempio greco;
dicevo, la rivista “Marie Lou”, che a sentirla nominare mi s’era acceso qualcosa nel cervello, come la fastidiosa spia d’un serbatoio vuoto che in quel momento lampeggiava -in modo piuttosto inopportuno- segnalandomi la presenza, nella scatola cranica, di imbarazzanti ricordi legati alla plastificata donnina, solo vagamente più ammiccante del solito, stampata sulla copertina del numero di maggio del’71...
Beh, proprio quella rivista lì, questo mese consigliava alle fedeli lettrici di:
- Ravvivare gli ambienti con un tocco di colore per ristabilire un rapporto armonioso con la casa – citò diligentemente mia madre.

Fantastico! ristabilire il rapporto armonioso con la casa... mi chiedevo quando l’entità Casa sarebbe arrivata a pretendere versamenti su conti bancari alle Cayman e sacrifici umani, per accordare la sua benevolenza.

Rassegnato e appesantito, riuscii a trascinare il mio stomaco in cortile, lusingandolo con la promessa di una sigaretta.
Perchè se mia madre era schiava della sua singolare dimora, io lo ero del mio apparato digerente.

- Ehi Miodrag, sempre in gamba eh?!

Povero Miodrag, faceva pena a guardarsi. Non si poteva nemmeno dire che li indossasse ormai i suoi vestiti, ci abitava dentro da subalterno, come uno schiavo presecessionista nella tenuta padronale.

Risalendo a passo di gambero il viale che dalla strada principale conduceva a casa dei miei, rivolgevo ancora il viso alla sagoma del vicino jugoslavo che non smetteva di farmi cenno con la mano e che mi seguì con lo sguardo fino all’arrivo.

La porta che dava sulla via era socchiusa; la scena che mi accolse mi raggelò. Era qualcosa di assurdo, cruento ed irreale.

Un vecchio, in maniche di camicia, con uno sguardo cinicamente svogliato percuoteva ripetutamente quello che aveva tutta l’aria di essere il cadavere di un minuscolo alieno.
Lo teneva stretto per il collo con una sola mano, e continuava a martoriarlo frollandone i resti contro una parete. Il risultato dell’operazione era agghiacciante; densi schizzi color prato all’inglese ricoprivano la stanza, la mano del vecchio era tutt’uno con quella poltiglia verde e deforme che si stava sbriciolando.

Mi rivolsi con un balbettio alla donna che, continuando a trafficare nella stanza accanto, faceva di tanto in tanto capolino dalla porta quasi a controllare che tutto stesse procedendo come oscenamente stabilito:
- Mam..ma.... – dissi – COSA...cosa sta.... facendo... papà?!?
- Sta spugnando, tesoro! non lo vedi?! – rispose con naturalezza ed una punta di fastidio, senza smettere neppure per un attimo di armeggiare con le pignatte.

Ci misi tre minuti buoni a focalizzare l’attenzione sul secchio della vernice sul quale mio padre si stava chinando ad intingere il venusiano tampone, per la cui sorte non potevo comunque non provare infinita compassione.

- ...Spugnando?! – continuavo a ripetere inebetito...

venerdì 23 novembre 2007

jacob


















Marius Jacob

Non sapevo come potesse accadere, non riuscivo a muovere un solo muscolo: incatenato, spalmato, immobile, la penombra mi stordiva, mi riempiva di ovatta il cervello, ma non mi risparmiava il caldo. grondavo e respiravo piombo.
Ogni notte, puntualmente, mi ritrovavo inchiodato al letto senza nulla di plausibile che giustificasse la mia condizione, ed ogni volta l’unica cosa che mi passava per il cervello era:
cazzo ci fanno degli stucchi dorati sul soffitto di questa topaia?!
La topaia in questione era casa mia, lo dico a scanso di equivoci:
non vorrei che lei pensasse (caro amico),
gongolando (lo ammetta),
che io a quel tempo fossi ancora in mano loro.
Immobile, non propriamente paralizzato; ammutinato piuttosto. Boicottato dal mio stesso corpo.
Perché io lo sapevo che quel bastardo era perfettamente in grado di muoversi, ma per qualche strana ragione si rifiutava di collaborare!
Odore di caffé saliva dalla corte interna: già mattino. Le narici si aprivano quel tanto che bastava a torturarmi. Come pensavo, si trattava di una congiura.
Due mesi fuori e ancora non riuscivo a riprendere il controllo di me stesso, se mai l’avevo avuto. Iniziavo seriamente a dubitarne.
Sì, ero fuori. Ero libero... così dicevano.
Poi un giorno iniziarono a sparire le cose. Oggetti senza importanza...

-importanza!-
–taci tu, per carità! sto tentando di raccontare al signore come sono andati i fatti-

Dicevo, cose senza importanza: accendini, tappi, post-it...
e fin qui nulla di strano, è capitato a tutti di perdere qualcosa; attribuì il fenomeno alla mia cong
enita distrazione.

D'un tratto però, le cose iniziarono a riapparire. No, non fraintenda, non le ritrovavo così, casualmente, in chissà quale anfratto del mio buco d'appartamento. Letteralmente ri-ap-pa-ri-va-no! Esattamente nel posto e nella posizione in cui avreb
bero dovuto trovarsi. E lo facevano sotto i miei occhi!
Era lui... lo sapevo!
L’avevo già trovato lì, al mio arrivo; l’avevo notato subito, la sera in cui il proprietario dello stabile m’aveva mostrato il loculo.
Era stata forse proprio la sua presenza a scuotermi per un attimo dalla mia ormai consueta abulia, ed a farmi cacciare, quasi con insensato entusiasmo, un pugno di banconote nelle mani di quella testa di cazzo.
Mi spaventava l’idea di vivere da solo; per anni l’unica cosa che mi aveva tenuto vivo era stata la presenza di qualcuno accanto a me. Il solo regalo involontariamente m’era stato fatto.
La convivenza fu piacevole all’inizio. Arrivava di sera, ed alla luce del neon che contrastava con la carta da parati da bordello vittoriano, ci fissavamo per ore.
Quasi senza pensarci su, iniziai dopo poco a chiamarlo per nome: Jacob... vecchi ricordi, e poi mi sono sempre piaciuti i giochi di parole!
Non so se compiaciuto o stizzito per il nome che gli avevo dato, iniziò a manifestare la sua presenza sempre più spesso.
Durante il giorno si divertiva a spostarmi le cose e poi, durante la notte, approfittando delle mie crisi atrofiche iniziò a...
scavare!
Scavava, le dico!
Io lo sentivo e non potevo farci nulla. Scavava nella mia testa, un centimetro alla volta, notte dopo notte;
e quando ebbe finito di scavare, iniziò ad aderire.
Aderire completamente!
Naturalmente, come sanno fare loro, senza bisogno di forzature.

“Recidivo!” dicono ora...
E’ vero, signore, l’ho fatto!
Ma mi creda, la prego, è stato lui a volerlo!
Era nella mia testa... è stato lui a volere che lo facessi!
non avrei mai dovuto dargli quel nome...
Cosa c’è, signore, non mi crede?
Non le piace la mia storia?!
Venga con me, allora, che gliene racconto un’altra...

domenica 4 novembre 2007

non si tocca


un libricino. collettivo editoriale 10/16, stampato nel 1977, formato bignami, copertina arancione.
è "il diritto all’ozio" di lafargue.
lo rigiri e, sul retro, un altro titolo: un ironico “arbeit macht frei”, ossia "il lavoro rende liberi", di un certo karl absent.
curioso nome, e curioso personaggio deve (...avrebbe potuto?!) essere, questo absent.
l’altrettanto curiosa edizione trova infatti, nelle sue cinquanta pagine complessive, anche lo spazio per una divertente nota biografica:
inizia mettendo le mani avanti, avvertendo circa l'inutilità di un'eventuale ulteriore ricerca sui dati dello scrittore (per l'appunto..."absent"). vi si legge poi di una sua libera docenza in “nocività del lavoro”, presso un’università dell’illinois; della direzione di una rivista in lingua francese e di un quotidiano in lingua inglese; ma soprattutto di un’auto-candidatura al nobel per una "memoria sulla moltiplicazione energetica dei vasi da fiori".
una firma simbolica. un' inaspettata chicca surreale.
in conclusione viene riportato anche un falso aneddoto:
nel 1974, in un dibattito televisivo col ministro del lavoro olandese, dopo averlo zittito contrapponendogli un’infinità di dati oggettivi sulla negatività del lavoro, il nostro avrebbe terminato il suo intervento con questa dichiarazione:
“per questo, signor ministro, il lavoro non si tocca!” aggiungendo, dopo una breve pausa, “...perché fa schifo!”
in fondo poco importa che quest’uomo sia o meno esistito realmente.
lo voglio dar per buono, giusto un attimo, solo per potergli tributare un ghigno ed un applauso!



mercoledì 31 ottobre 2007

della vita e della morte











osip mandel'stam (1891 - 1938)


osip mandel'štam scrive. scrive poesie.
agli inizi del secolo scorso, osip mandel'štam appoggia il bolscevismo.
ma passano gli anni, passa anche il 1924.
nel 1933 osip mandel'štam compone l’ epigramma di stalin.
nel 1938 viene arrestato, per la seconda volta.
una subdola e provocatoria telefonata, ormai celebre, del piccolo padre all’amico ed antagonista letterario di mandel'štam, boris pasternak:
s: è davvero un maestro, questo mandel'štam?
p: non è questo il punto.
s: quale, allora?
p: dovremmo incontrarci per parlare.
s: di cosa?
p: della vita e della morte.
stalin semplicemente riaggancia il telefono.

giovedì 25 ottobre 2007

musica dalla terra


era il 1977, quaggiù troppe cose stavano accadendo e forse due occhi non bastavano, a chi c'era, per guardare questo mondo. ma -ancora forse- proprio per questo, in qualche anfratto della memoria, qualcuno ha conservato il ricordo di questa storia.
1977, agli inizi dell'autunno la sonda spaziale voyager s'incammina, assieme alla sua gemella, per la strada più lunga che si possa immaginare; portando con sè, in rappresentanza, "cimeli" d'umanità da seminare ai confini del sistema solare.
è il 1977, i supporti di riproduzione miniaturizzati sono ancora di là da venire, e la parola "disco" indica comunemente il vinile. ma nella navicella voyager non può esserci un disco comune, niente pvc
-alla nasa si fanno le cose in grande- la voce della terra deve essere incisa sull'oro! immaginate ora un disco, un bellissimo disco d'oro massiccio, ancora vergine, che aspetta di divenire ambasciatore dell'intera razza umana...
una commissione si riunisce per stabilire quale sarà il suo contenuto.
e così vengono incisi suoni naturali, musiche tradizionali di ogni parte del globo, frasi, saluti in tutte le lingue e brani di musica classica. ma la questione più complicata che la commissione guidata da carl sagan si trovò a dover affrontare, fu forse quella dell'inserimento di una testimonianza del proprio tempo.... una scelta difficile come parlare in prima persona, quella delle canzoni.

dopo lunghe tribolazioni vennero selezionati solo tre brani.

in questo momento, a miliardi di chilometri dal sole, c'è un disco d'oro che porta incisi gli assoli di louis armstrong, il blues rurale di blind willie johnson e il rock'n roll puro di chuck berry.

se mai un giorno avremo una sola possibiltà di essere risparmiati da un'invasione aliena, sarà  johnny b goode.