
Nothingman
Eddie Vedder
Una volta divisi
non rimane più niente da perdere
Ci sono parole che, una volta pronunciate
non possono più essere rimangiate.
Cammina per i fatti suoi
con pensieri che non riesce a pensare
Il futuro davanti, ma lui continua lentamente
ad affondare nel passato
Un lampo improvviso,
e maledisse il giorno in cui lasciò che tutto si perdesse
Uomo da niente
Non è pur sempre qualcosa?
Uomo da niente
Un tempo lei voleva credere
ad ogni storia che le raccontava
Un giorno divenne inflessibile,
passò dall'altra parte
Sguardi vuoti da ogni angolo di una cella condivisa
Qualcuno riuscirà a scappare,
qualcun altro rimarrà abbandonato lì dentro.
Colui che dimentica, sarà destinato a ricordare...
Uomo da niente
Non è forse, anche questo, qualcosa?
Uomo da niente
Lei non lo vuole,
non lo vuole nutrire
Dopo che lui è volato via,
nel sole... verso il sole
Brucia...brucia...
Uomo da niente
Avrebbe potuto essere...
Uomo da niente
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Nothing man
Bruce Springsteen
Non ricordo come mi sentissi...
Non avrei mai pensato di vivere tanto
da leggere sul giornale della mia città, di me
e di come la mia giovane e coraggiosa vita
si fosse trasformata per sempre
in una nuvola di vapore rosa
Tesoro baciami,
vieni e prendimi per mano
Sono io, l'uomo da niente
Da queste parti tutti si comportano come prima
da queste parti tutti si comportano come se non fosse successo nulla
Venerdì sera la banda si ritrova da Al's Barbecue
e il cielo è sempre uguale, dello stesso incredibile blu
Tesoro baciami,
vieni e prendimi per mano
Sono io, l'uomo da niente
Puoi chiamarmi Joe
pagami da bere e stringimi la mano
Vuoi del coraggio
Ti mostrerò un coraggio che puoi capire
è fatto di madreperla e d'argento,
ed è posato lì sul mio comodino
Sono solamente io Signore,
e prego di esserne capace...
Tesoro con questo bacio
dimmi che hai capito
Sono io, l'uomo da niente
Sono io, l'uomo da niente
sabato 26 aprile 2008
Isn't it something?
lunedì 4 febbraio 2008
2°
Più tardi, mentre finivamo lo sformato di alici, nella sala da pranzo ora trasformata in ludoteca per assassini seriali in fase prepuberale,
ero venuto ad apprendere che questo mese, la frizzantemente retrograda rivista di economia domestica “Marie Lou”, della quale mia madre conservava religiosamente tutti i numeri, impilati in polverose colonne, precarie ma sempre ostinatamente immobili come macerie di un tempio greco;
dicevo, la rivista “Marie Lou”, che a sentirla nominare mi s’era acceso qualcosa nel cervello, come la fastidiosa spia d’un serbatoio vuoto che in quel momento lampeggiava -in modo piuttosto inopportuno- segnalandomi la presenza, nella scatola cranica, di imbarazzanti ricordi legati alla plastificata donnina, solo vagamente più ammiccante del solito, stampata sulla copertina del numero di maggio del’71...
Beh, proprio quella rivista lì, questo mese consigliava alle fedeli lettrici di:
- Ravvivare gli ambienti con un tocco di colore per ristabilire un rapporto armonioso con la casa – citò diligentemente mia madre.
Fantastico! ristabilire il rapporto armonioso con la casa... mi chiedevo quando l’entità Casa sarebbe arrivata a pretendere versamenti su conti bancari alle Cayman e sacrifici umani, per accordare la sua benevolenza.
Rassegnato e appesantito, riuscii a trascinare il mio stomaco in cortile, lusingandolo con la promessa di una sigaretta.
Perchè se mia madre era schiava della sua singolare dimora, io lo ero del mio apparato digerente.
1°
- Ehi Miodrag, sempre in gamba eh?!
Povero Miodrag, faceva pena a guardarsi. Non si poteva nemmeno dire che li indossasse ormai i suoi vestiti, ci abitava dentro da subalterno, come uno schiavo presecessionista nella tenuta padronale.
Risalendo a passo di gambero il viale che dalla strada principale conduceva a casa dei miei, rivolgevo ancora il viso alla sagoma del vicino jugoslavo che non smetteva di farmi cenno con la mano e che mi seguì con lo sguardo fino all’arrivo.
La porta che dava sulla via era socchiusa; la scena che mi accolse mi raggelò. Era qualcosa di assurdo, cruento ed irreale.
Un vecchio, in maniche di camicia, con uno sguardo cinicamente svogliato percuoteva ripetutamente quello che aveva tutta l’aria di essere il cadavere di un minuscolo alieno.
Lo teneva stretto per il collo con una sola mano, e continuava a martoriarlo frollandone i resti contro una parete. Il risultato dell’operazione era agghiacciante; densi schizzi color prato all’inglese ricoprivano la stanza, la mano del vecchio era tutt’uno con quella poltiglia verde e deforme che si stava sbriciolando.
Mi rivolsi con un balbettio alla donna che, continuando a trafficare nella stanza accanto, faceva di tanto in tanto capolino dalla porta quasi a controllare che tutto stesse procedendo come oscenamente stabilito:
- Mam..ma.... – dissi – COSA...cosa sta.... facendo... papà?!?
- Sta spugnando, tesoro! non lo vedi?! – rispose con naturalezza ed una punta di fastidio, senza smettere neppure per un attimo di armeggiare con le pignatte.
Ci misi tre minuti buoni a focalizzare l’attenzione sul secchio della vernice sul quale mio padre si stava chinando ad intingere il venusiano tampone, per la cui sorte non potevo comunque non provare infinita compassione.
- ...Spugnando?! – continuavo a ripetere inebetito...
venerdì 18 gennaio 2008
martedì 8 gennaio 2008
da altri lidi
stamani, su una mailing list, ci s'è ritrovati a parlare, con degli amici, di "canzoni e mestieri".
riporto qui ora alcuni degli interventi, senza aggiungere nulla e solo per il gusto di lanciare da un'altra sponda la bottiglia.
un grazie a giorgio, che probabilmente neppure leggerà mai, e a tutti gli altri, che perdoneranno l'approssimativo lavoro di taglio e cucito.
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Passate le feste, con le giornate che tornano ad allungarsi, almeno
qui in una firenze quasi primaverile. Anche senza quasi, oggi!
Cercando di recuperare il birrorso ad una sorta di scambio vicendevole
e vantaggioso, butto lì un idea. Canzoni e mestieri.
Magari partiamo proprio da fabrizio de andré, per sviluppare una
piccola discussione oziosa a proposito di lavori più o meno strani.
Più o meno inconsueti, in tutte queste italie, soprattutto le ultime,
a partire dagli anni del dopoguerra. Falegnami, per esempio, come mio
nonno, mi sa che non ce sono più. Mestieri che ti fornivano di un
sarta di linguaggio internazionale e che ti facevano viaggiare, quasi
con leggerezza (assai più degli emigrati per disperazione e senza
mestiere), trasportandoti dagli stati uniti all'argentina e alla
germania e al belgio e alla svezia. Forse aristocrazie, opppure solo
uomini. Ai miei occhi, per me che di lavori ne ho fatti assai pochi e
tutti non troppo avventurosi.
Magari parlandone ......
salud
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-- Franco Senia --
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i falegnami ci sono eccome, pensa che un mio ex-collega Diners dopo il
fallimento ha deciso di passare da sistemista a falegname, convinto che sia
molto piu' scientifico costruire mobili e mobiletti che configurare una LAN :-)
enrica
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sì, ma non come mio nonno! :-) Non credo che il tuo ex-collega si
possa trovare un giorno a viaggiare fra gli stati uniti e l'argenitna,
fra la lingua inglese e quella spagnola, a restaure pulpiti in chiese
più o meno europee.
Voleva attenere a questo il discorso dell'internazionalizzazione del
mestiere. Ovvero, questi personaggi, erano più o meno internazionali
che Durruti ed Ascaso che hanno viaggiato in lungo e largo per il
mondo a rapinare banche....
franco
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il padre del mio, di nonno, faceva il muratore, lo stuccatore per la
precisione, e nelle chiese s'occupava di quegli strani arzigogoli
sugli altari... putti e roba simile, oltre che dei rosoni nelle case
dei ricchi.
e anche lui passò parecchi anni in giro per il mondo, senza però
imparare una parola delle lingue che ebbe la ventura d'incontrare.
mi raccontava mia nonna di quando tornò a casa per qualche mese con un
altro "capomastro", di lingua portoghese, anche lui nella medesima
condizione e dei loro "dialoghi" surreali durante i lavori di
ristrutturazione della casa. dell'inspiegabile modo che avevano di
capirsi.
dubito però che qualcuno abbia mai scritto una canzone su uno
stuccatore interprete ed ignorante.
forse potrei però commissionarla... :-)
eleonora
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E allora parto dal mio cognome. Il mio cognome non esiste nelle genealogie. Nel
senso che esisteva nella testa di qualche impiegato dell’anagrafe di roma o di
gaeta o vai a sapere. Mio nonno venne alla luce allo scoccare del novecento e
era la capitale e era la chiesa più importante a vederlo battezzato ma dei
genitori nessuna traccia. Fu affidato a una famiglia di pescatori di gaeta,
dicono che il padre fosse uno importante ma poi cala il riserbo e io che ho il
mestiere della memoria che corre nelle ossa non ho mai forzato. Sta di fatto che
mio padre ricorda ancora quando da piccolo andava in vaticano con la sorellina e
li accoglieva un alto prelato che li rivestiva e li teneva a pranzo. Ma sempre
schegge di memoria rimangono e per far la storia ci vuol ben altro. Però si
parlava di mestieri e allora devo ricordarmi di quel libretto di navigazione col
timbro del mancato rientro che conservo in un cassetto. Era il dicembre del
1924, mio nonno s’era già fatto un pezzetto di prima guerra mondiale e era
imbarcato come fuochista sulle navi (leggetevi, vi prego, “la nave morta” di
Traven, se ne parlò già in lista). Il padre adottivo di mio nonno, Giuseppe,
uomo di mare di fine Ottocento, col cerchio d’oro al lobo per garantirsi degna
sepoltura a qualsiasi latitudine, era partito per l’America e non aveva dato più
notizie. Un padre putativo, fosse pure falegname o pescatore, è sempre meglio di
niente. E Romolo, mio nonno, nel dicembre che fa l’acqua una lama, si tuffò
dalla nave e raggiunse terra a nuoto. America. Da Philadelphia, senza internet,
senza telefonini, solo aggrappato alla rete degli italiani di lì, ritrovò il
padre. Visse in America alcuni anni e fece fortuna senza voler spiegare come.
Sta di fatto che quando tornò col borsalino e il sorriso da fulmina femmine che
la moglie gli odiava aveva un enorme baule e dentro, a testimonianza della sua
avventura, nel doppio fondo non aveva nascosto diamanti, oro, incenso o cosa. Un
suo amico pasticciere gli aveva colato trenta chili di cioccolata in un‘unica
tavola e lui a mostrarla fiero alla famiglia interdetta. I conti con l’infanzia
grama erano in pari e a lui non restava che reimbarcarsi mille altre volte e
andare in guerra in africa e ribellarsi ai tedeschi affondando il suo dragamine
al largo di Trieste e tornare a casa a piedi a ritrovare i fascisti che
l’avevano costretto all’olio di ricino e a lasciare che le sue mani nude
avessero la meglio sul soldato tedesco lì, sul porto di Anzio che stava già per
essere sbarco, davanti a tutti ma quello aveva tirato fuori il coltello e le
mani di Romolo erano cosa da starci attenti anche se ti accarezzava. Romolo è
morto a ottant’anni volando dal molo sul porto mentre sarciva le reti, urtato da
un carretto. Sfracellato sulle stesse pietre che quando la pesca era magra si
buttavano nella pentola con olio aglio e pomodoro per dare sapore di mare alla
zuppa d’acqua e niente. a casa mia panino si dice sanguiccio e addosso io ho
ancora sta malediizone dell'andare e leggere e ascoltare.
E la canzone. La canzone è per Romolo e la traduzione è mia.
L’uomo della tempesta
Quando è arrivato nel porto di Marsiglia
ha scambiato il mare con una tazza di Pernod
s’ è macchiato di paura e meraviglia
tutto quel che aveva gli stava nel cappotto
Occhi di ragazzino in una faccia d'acqua dolce
un berrettino per far creder d’esser francese
la schiena possente come l'onda che si gonfia
e che si infrange contro i ricordi e il suo paese
Ancora una volta in giro a zonzo sopra un ponte
una formica arrampicata sul mappamondo
Di nuovo a fuggire dalla sua ombra
per sedersi a far due parole con quella fotografia
E gli hanno dato centomila nomi
ma l'unico che gli resta
forse è proprio questo...
E forse non basta fare una guerra
tagliare con una forbice tutto il mare
quando stai a casa c'è qualcosa che ti sotterra
e sotto il tetto non c'è la Stella Polare
E puoi riempirti di mille tazze di camomilla
tappare i pensieri nella bottiglia del vino bianco
alla tempesta non basta una scodella
perchè l'inchiostro di ogni viaggio è nel tuo sangue
Ancora una volta senza strada nè valigie
come una pianta che va via senza radici
ancora una volta senza lo specchio retrovisore
con i ricordi dietro di corsa, ma lui che corre più forte di loro
E gli hanno dato centomila nomi
ma l'unico che gli resta
forse è proprio questo...
l'Uomo della tempesta
E quella zingara seduta vicino alla giostra
Sarà stato un demonio o un angelo senza ali
lui ha aperto la sua mano come una finestra
lei l'ha letta e ha visto quel temporale
"Andrete in giro, o forestiero, per tutto il mondo,
ma anche il mondo da qualche parte finirà,
una tempesta è difficile da nascondere
resta con me e la tempesta cesserà..."
E' più facile girare il mondo
Preso a calci dalla mia ombra
che restare qui insieme a te
e bruciare questa fotografica,
perchè mi hanno dato centomila nomi
ma l'unico che mi resta
forse è proprio questo:
l'Uomo della Tempesta
giorgio
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a braccio e senza por tempo in mezzo (oggi si vede che non ho un cazzo da fare)
a stuccar chiese non ci vogliono parole
che a star lì dentro ti si nega pure il sole
con i putti i rosoni e le madonne
appeso tra la volta e le colonne
e poi c'è la crepa e via a rifare
macinando bestemmie sulll'altare
che il ricciolo di stucco si ribella
e questo caldo ammazza anche la jella.
Sono io l'ignorante stuccatore
che non chiese alle parole mai rumore
senza dar cura alla parlata altra
che la spatola pretende mano scaltra.
Adesso che son stucco nella fossa
e la terra decoro in bianco d'ossa
a chi prega fissando la cornice
vorrei svelare quel che non si dice,
chè per ogni rosario salmodiato
c'è uno che il soffitto l'ha stuccato.
Si ricorda il santo e le omelie
forse l'artista ma mai le mani mie.
scusate ma ho avuto una notte complicatissima e con strascichi mattutini.
io pure lavoravo nelle chiese. facevo il fotografo per il ministero dei beni
culturali. ore e ore sulle impalcature tutti i giorni che dio mandava in terra
per anni. un freddo che non ti levi più dalle ossa e la certezza della
dannazione eterna ogni volta che ti scoppiava una lampada o mettevi un piede
male. di mestieri ne ho fatti davvero parecchi e ce n'è testimonianza scritta
nell'intro del mio libro su fabrizio e lo dico senza tema d'essere accusato di
pubblicità occulta tanto il volume è andato esaurito. se ce la faccio a
recuperarla magari vi posto l'intro.
cià
giorgio
mercoledì 26 dicembre 2007
LADDER MATCH!!
giovedì 13 dicembre 2007
sarà anche inutile...
...ma lo ripeto anch'io.
firenze: il 29 di novembre vengono sgomberati contemporaneamente il panico e l'asilo occupato di via bolognese.
sgombero. sì, ma stavolta non basta.
partono le perquisizioni, anche nelle case di parenti e amici, il giorno stesso.
stavolta si indaga in merito al 270bis (associazione con finalità di terrorismo).
verbali di perquisizione e giornali del giorno dopo riportano: "sequestro di bossoli"....
eran chiodi da cemento.
non è questo il punto, e pare quasi una coglionella.
ma tant'è...
domenica 9 dicembre 2007
venerdì 23 novembre 2007
reposting: "jacob"

Marius Jacob
Non sapevo come potesse accadere, non riuscivo a muovere un solo muscolo: incatenato, spalmato, immobile, la penombra mi stordiva, mi riempiva di ovatta il cervello, ma non mi risparmiava il caldo. grondavo e respiravo piombo.
Ogni notte, puntualmente, mi ritrovavo inchiodato al letto senza nulla di plausibile che giustificasse la mia condizione, ed ogni volta l’unica cosa che mi passava per il cervello era:
cazzo ci fanno degli stucchi dorati sul soffitto di questa topaia?!
La topaia in questione era casa mia, lo dico a scanso di equivoci:
non vorrei che lei pensasse (caro amico),
gongolando (lo ammetta),
che io a quel tempo fossi ancora in mano loro.
Immobile, non propriamente paralizzato; ammutinato piuttosto. Boicottato dal mio stesso corpo.
Perché io lo sapevo che quel bastardo era perfettamente in grado di muoversi, ma per qualche strana ragione si rifiutava di collaborare!
Odore di caffé saliva dalla corte interna: già mattino. Le narici si aprivano quel tanto che bastava a torturarmi. Come pensavo, si trattava di una congiura.
Due mesi fuori e ancora non riuscivo a riprendere il controllo di me stesso, se mai l’avevo avuto. Iniziavo seriamente a dubitarne.
Sì, ero fuori. Ero libero... così dicevano.
Poi un giorno iniziarono a sparire le cose. Oggetti senza importanza...
-importanza!-
–taci tu, per carità! sto tentando di raccontare al signore come sono andati i fatti-
Dicevo, cose senza importanza: accendini, tappi, post-it...
e fin qui nulla di strano, è capitato a tutti di perdere qualcosa; attribuì il fenomeno alla mia congenita distrazione.
D'un tratto però, le cose iniziarono a riapparire. No, non fraintenda, non le ritrovavo così, casualmente, in chissà quale anfratto del mio buco d'appartamento. Letteralmente ri-ap-pa-ri-va-no! Esattamente nel posto e nella posizione in cui avrebbero dovuto trovarsi. E lo facevano sotto i miei occhi!
Era lui... lo sapevo!
L’avevo già trovato lì, al mio arrivo; l’avevo notato subito, la sera in cui il proprietario dello stabile m’aveva mostrato il loculo.
Era stata forse proprio la sua presenza a scuotermi per un attimo dalla mia ormai consueta abulia, ed a farmi cacciare, quasi con insensato entusiasmo, un pugno di banconote nelle mani di quella testa di cazzo.
Mi spaventava l’idea di vivere da solo; per anni l’unica cosa che mi aveva tenuto vivo era stata la presenza di qualcuno accanto a me. Il solo regalo involontariamente m’era stato fatto.
La convivenza fu piacevole all’inizio. Arrivava di sera, ed alla luce del neon che contrastava con la carta da parati da bordello vittoriano, ci fissavamo per ore.
Quasi senza pensarci su, iniziai dopo poco a chiamarlo per nome: Jacob... vecchi ricordi, e poi mi sono sempre piaciuti i giochi di parole!
Non so se compiaciuto o stizzito per il nome che gli avevo dato, iniziò a manifestare la sua presenza sempre più spesso.
Durante il giorno si divertiva a spostarmi le cose e poi, durante la notte, approfittando delle mie crisi atrofiche iniziò a...
scavare!
Scavava, le dico!
Io lo sentivo e non potevo farci nulla. Scavava nella mia testa, un centimetro alla volta, notte dopo notte;
e quando ebbe finito di scavare, iniziò ad aderire.
Aderire completamente!
Naturalmente, come sanno fare loro, senza bisogno di forzature.
“Recidivo!” dicono ora...
E’ vero, signore, l’ho fatto!
Ma mi creda, la prego, è stato lui a volerlo!
Era nella mia testa... è stato lui a volere che lo facessi!
non avrei mai dovuto dargli quel nome...
Cosa c’è, signore, non mi crede?
Non le piace la mia storia?!
Venga con me, allora, che gliene racconto un’altra...
domenica 11 novembre 2007
incoerenza
tornata da perugia.
ieri, tante parole d'ordine che non erano le mie.
hanno pestato a morte qualcuno, in una cella, si chiamava aldo.
tante parole: "vogliamo verità".
non sono le mie. che verità c'è da cercare?!
hanno ammazzato un uomo in carcere. chi e perchè?! l'ha ammazzato il carcere, perchè era in carcere.
partecipato, il corteo, nei limiti di una città come perugia. c'era di tutto, anche i radicali come ultimo spezzone.
tante assenze, anche. tante polemiche; compagni del posto che non c'erano. tante parole che non erano le nostre, è vero. ma di andare, me la son sentita.
domenica 4 novembre 2007
reposting*: "non si tocca"

un libricino. collettivo editoriale 10/16, stampato nel 1977, formato bignami, copertina arancione.
è "il diritto all’ozio" di lafargue.
lo rigiri e, sul retro, un altro titolo: un ironico “arbeit macht frei”, ossia "il lavoro rende liberi", di un certo karl absent.
curioso nome, e curioso personaggio deve (...avrebbe potuto?!) essere, questo absent.
l’altrettanto curiosa edizione trova infatti, nelle sue cinquanta pagine complessive, anche lo spazio per una divertente nota biografica:
inizia mettendo le mani avanti, avvertendo circa l'inutilità di un'eventuale ulteriore ricerca sui dati dello scrittore (per l'appunto..."absent"). vi si legge poi di una sua libera docenza in “nocività del lavoro”, presso un’università dell’illinois; della direzione di una rivista in lingua francese e di un quotidiano in lingua inglese; ma soprattutto di un’auto-candidatura al nobel per una "memoria sulla moltiplicazione energetica dei vasi da fiori" (sic)!!
una firma simbolica. un' inaspettata chicca surreale.
in conclusione viene riportato anche un falso aneddoto:
nel 1974, in un dibattito televisivo col ministro del lavoro olandese, dopo averlo zittito contrapponendogli un’infinità di dati oggettivi sulla negatività del lavoro, il nostro avrebbe terminato il suo intervento con questa dichiarazione:
“per questo, signor ministro, il lavoro non si tocca!” aggiungendo, dopo una breve pausa, “...perchè fa schifo!”
in fondo poco importa che quest’uomo sia o meno esistito realmente.
lo voglio dar per buono, giusto un attimo, solo per potergli tributare un ghigno ed un applauso!*ed io intanto continuo a ripubblicarmi... come il venturi!
venerdì 2 novembre 2007
stamani, la mia casella di posta ha accolto la mail di un amico, che segnalava il link al sito dell' unione camere penali.
questa persona manifestava un certo interesse nei confronti della posizione assunta dai penalisti in merito al decreto sulla deportazione -usare altro termine, sarebbe disgustoso- emanato in questi giorni.
dopo alcuni scambi, decido ora di trasportare la questione in questo luogo, per la semplice necessità di ribadire alcune cose, in modo più generale. poichè non è la prima volta che rimango stranita nell'ascoltare persone "mie", parlare lingue che considero "altre".
cerco di spiegarmi meglio, entrando nello specifico della questione.
il dissenso espresso nella delibera dell'ucpi porta il carico di ciò che è.
leggiamo di "...disposizioni sulle espulsioni dentro la comunità europea", di una manovra "...che per di più non serve a procurare sicurezza ai cittadini ", e di
"...incapacità di gestione del territorio e degli agglomerati sociali".
davvero vogliamo prendere in considerazione i termini in cui la questione è posta?! ritrovarci ad accettare come discriminante i confini di una comunità economica?
ritrovarci a discutere di cosa serva o meno alla "sicurezza dei cittadini"? ritrovarci addirittura implicitamente a richiedere che qualcuno ci gestisca meglio?!?
è questo il meccanismo che sempre più spesso si mette in atto. glissando sulla natura istituzionale dei presunti interlocutori, ci si ritrova per forza di cose a parlare lingue che non ci appartengono.
mercoledì 31 ottobre 2007
reposting: "della vita e della morte"
osip mandel'stam (1891 - 1938)
osip mandel'štam scrive. scrive poesie.
agli inizi del secolo scorso, osip mandel'štam appoggia il bolscevismo.
ma passano gli anni, passa anche il 1924.
nel 1933 osip mandel'štam compone l’ epigramma di stalin.
nel 1938 viene arrestato, per la seconda volta.
una subdola e provocatoria telefonata, ormai celebre, del piccolo padre all’amico ed antagonista letterario di mandel'štam, boris pasternak:
s: è davvero un maestro, questo mandel'štam?
p: non è questo il punto.
s: quale, allora?
p: dovremmo incontrarci per parlare.
s: di cosa?
p: della vita e della morte.
stalin semplicemente riaggancia il telefono.
giovedì 25 ottobre 2007
musica dalla terra

era il 1977, quaggiù troppe cose stavano accadendo e forse due occhi non bastavano, a chi c'era, per guardare questo mondo. ma -ancora forse- proprio per questo, in qualche anfratto della memoria, qualcuno ha conservato il ricordo di questa storia.
1977, agli inizi dell'autunno la sonda spaziale voyager s'incammina, assieme alla sua gemella, per la strada più lunga che si possa immaginare; portando con sè, in rappresentanza, "cimeli" d'umanità da seminare ai confini del sistema solare.
è il 1977, i supporti di riproduzione miniaturizzati sono ancora di là da venire, e la parola "disco" indica comunemente il vinile. ma nella navicella voyager non può esserci un disco comune, niente pvc -alla nasa si fanno le cose in grande- la voce della terra deve essere incisa sull'oro! immaginate ora un disco, un bellissimo disco d'oro massiccio, ancora vergine, che aspetta di divenire ambasciatore dell'intera razza umana...
una commissione si riunisce per stabilire quale sarà il suo contenuto.
e così vengono incisi suoni naturali, musiche tradizionali di ogni parte del globo, frasi, saluti in tutte le lingue e brani di musica classica. ma la questione più complicata che la commissione guidata da carl sagan si trovò a dover affrontare, fu forse quella dell'inserimento di una testimonianza del proprio tempo.... una scelta difficile come parlare in prima persona, quella delle canzoni.
dopo lunghe tribolazioni vennero selezionati solo tre brani.
in questo momento, a miliardi di chilometri dal sole, c'è un disco d'oro che porta incisi gli assoli di louis armstrong, il blues rurale di blind willie johnson e il rock'n roll puro di chuck berry.
ed è è grandioso, in tempi di "scientifici" rigurgiti razzisti su presunti untermenschen, avere la certezza che se mai un giorno avremo una sola possibiltà di essere risparmiati da un'invasione aliena, sarà solo grazie a quelle voci roche e a....... johnny b goode!!






