venerdì 23 novembre 2007

jacob


















Marius Jacob

Non sapevo come potesse accadere, non riuscivo a muovere un solo muscolo: incatenato, spalmato, immobile, la penombra mi stordiva, mi riempiva di ovatta il cervello, ma non mi risparmiava il caldo. grondavo e respiravo piombo.
Ogni notte, puntualmente, mi ritrovavo inchiodato al letto senza nulla di plausibile che giustificasse la mia condizione, ed ogni volta l’unica cosa che mi passava per il cervello era:
cazzo ci fanno degli stucchi dorati sul soffitto di questa topaia?!
La topaia in questione era casa mia, lo dico a scanso di equivoci:
non vorrei che lei pensasse (caro amico),
gongolando (lo ammetta),
che io a quel tempo fossi ancora in mano loro.
Immobile, non propriamente paralizzato; ammutinato piuttosto. Boicottato dal mio stesso corpo.
Perché io lo sapevo che quel bastardo era perfettamente in grado di muoversi, ma per qualche strana ragione si rifiutava di collaborare!
Odore di caffé saliva dalla corte interna: già mattino. Le narici si aprivano quel tanto che bastava a torturarmi. Come pensavo, si trattava di una congiura.
Due mesi fuori e ancora non riuscivo a riprendere il controllo di me stesso, se mai l’avevo avuto. Iniziavo seriamente a dubitarne.
Sì, ero fuori. Ero libero... così dicevano.
Poi un giorno iniziarono a sparire le cose. Oggetti senza importanza...

-importanza!-
–taci tu, per carità! sto tentando di raccontare al signore come sono andati i fatti-

Dicevo, cose senza importanza: accendini, tappi, post-it...
e fin qui nulla di strano, è capitato a tutti di perdere qualcosa; attribuì il fenomeno alla mia cong
enita distrazione.

D'un tratto però, le cose iniziarono a riapparire. No, non fraintenda, non le ritrovavo così, casualmente, in chissà quale anfratto del mio buco d'appartamento. Letteralmente ri-ap-pa-ri-va-no! Esattamente nel posto e nella posizione in cui avreb
bero dovuto trovarsi. E lo facevano sotto i miei occhi!
Era lui... lo sapevo!
L’avevo già trovato lì, al mio arrivo; l’avevo notato subito, la sera in cui il proprietario dello stabile m’aveva mostrato il loculo.
Era stata forse proprio la sua presenza a scuotermi per un attimo dalla mia ormai consueta abulia, ed a farmi cacciare, quasi con insensato entusiasmo, un pugno di banconote nelle mani di quella testa di cazzo.
Mi spaventava l’idea di vivere da solo; per anni l’unica cosa che mi aveva tenuto vivo era stata la presenza di qualcuno accanto a me. Il solo regalo involontariamente m’era stato fatto.
La convivenza fu piacevole all’inizio. Arrivava di sera, ed alla luce del neon che contrastava con la carta da parati da bordello vittoriano, ci fissavamo per ore.
Quasi senza pensarci su, iniziai dopo poco a chiamarlo per nome: Jacob... vecchi ricordi, e poi mi sono sempre piaciuti i giochi di parole!
Non so se compiaciuto o stizzito per il nome che gli avevo dato, iniziò a manifestare la sua presenza sempre più spesso.
Durante il giorno si divertiva a spostarmi le cose e poi, durante la notte, approfittando delle mie crisi atrofiche iniziò a...
scavare!
Scavava, le dico!
Io lo sentivo e non potevo farci nulla. Scavava nella mia testa, un centimetro alla volta, notte dopo notte;
e quando ebbe finito di scavare, iniziò ad aderire.
Aderire completamente!
Naturalmente, come sanno fare loro, senza bisogno di forzature.

“Recidivo!” dicono ora...
E’ vero, signore, l’ho fatto!
Ma mi creda, la prego, è stato lui a volerlo!
Era nella mia testa... è stato lui a volere che lo facessi!
non avrei mai dovuto dargli quel nome...
Cosa c’è, signore, non mi crede?
Non le piace la mia storia?!
Venga con me, allora, che gliene racconto un’altra...

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