lunedì 4 febbraio 2008

Più tardi, mentre finivamo lo sformato di alici, nella sala da pranzo ora trasformata in ludoteca per assassini seriali in fase prepuberale,
ero venuto ad apprendere che questo mese, la frizzantemente retrograda rivista di economia domestica “Marie Lou”, della quale mia madre conservava religiosamente tutti i numeri, impilati in polverose colonne, precarie ma sempre ostinatamente immobili come macerie di un tempio greco;
dicevo, la rivista “Marie Lou”, che a sentirla nominare mi s’era acceso qualcosa nel cervello, come la fastidiosa spia d’un serbatoio vuoto che in quel momento lampeggiava -in modo piuttosto inopportuno- segnalandomi la presenza, nella scatola cranica, di imbarazzanti ricordi legati alla plastificata donnina, solo vagamente più ammiccante del solito, stampata sulla copertina del numero di maggio del’71...
Beh, proprio quella rivista lì, questo mese consigliava alle fedeli lettrici di:
- Ravvivare gli ambienti con un tocco di colore per ristabilire un rapporto armonioso con la casa – citò diligentemente mia madre.

Fantastico! ristabilire il rapporto armonioso con la casa... mi chiedevo quando l’entità Casa sarebbe arrivata a pretendere versamenti su conti bancari alle Cayman e sacrifici umani, per accordare la sua benevolenza.

Rassegnato e appesantito, riuscii a trascinare il mio stomaco in cortile, lusingandolo con la promessa di una sigaretta.
Perchè se mia madre era schiava della sua singolare dimora, io lo ero del mio apparato digerente.

- Ehi Miodrag, sempre in gamba eh?!

Povero Miodrag, faceva pena a guardarsi. Non si poteva nemmeno dire che li indossasse ormai i suoi vestiti, ci abitava dentro da subalterno, come uno schiavo presecessionista nella tenuta padronale.

Risalendo a passo di gambero il viale che dalla strada principale conduceva a casa dei miei, rivolgevo ancora il viso alla sagoma del vicino jugoslavo che non smetteva di farmi cenno con la mano e che mi seguì con lo sguardo fino all’arrivo.

La porta che dava sulla via era socchiusa; la scena che mi accolse mi raggelò. Era qualcosa di assurdo, cruento ed irreale.

Un vecchio, in maniche di camicia, con uno sguardo cinicamente svogliato percuoteva ripetutamente quello che aveva tutta l’aria di essere il cadavere di un minuscolo alieno.
Lo teneva stretto per il collo con una sola mano, e continuava a martoriarlo frollandone i resti contro una parete. Il risultato dell’operazione era agghiacciante; densi schizzi color prato all’inglese ricoprivano la stanza, la mano del vecchio era tutt’uno con quella poltiglia verde e deforme che si stava sbriciolando.

Mi rivolsi con un balbettio alla donna che, continuando a trafficare nella stanza accanto, faceva di tanto in tanto capolino dalla porta quasi a controllare che tutto stesse procedendo come oscenamente stabilito:
- Mam..ma.... – dissi – COSA...cosa sta.... facendo... papà?!?
- Sta spugnando, tesoro! non lo vedi?! – rispose con naturalezza ed una punta di fastidio, senza smettere neppure per un attimo di armeggiare con le pignatte.

Ci misi tre minuti buoni a focalizzare l’attenzione sul secchio della vernice sul quale mio padre si stava chinando ad intingere il venusiano tampone, per la cui sorte non potevo comunque non provare infinita compassione.

- ...Spugnando?! – continuavo a ripetere inebetito...