venerdì 29 gennaio 2010

Giordano Bruno One of us



di Diego Gabutti


"Cossì dunque gli altri mondi sono abitati come questo?" chiede Burchio. E Fracastorio, con l'aria di sapere che cosa sta dicendo: "Se non cossì, se non megliori, niente meno e niente peggio. Perché è impossibile che sieno privi di simili et megliori abitanti mondi innumerabili che si mostrano o cossì o più magnifici di questo". Queste battute di dialogo, che sembrano uscire dai verbali d'un circolo ufologico, sono invece tratte da un'opera cult di Giordano Bruno: De l'infinito, universo e mondi. Giordano Bruno sta parlando d'altri pianeti abitati nell'universo. Qui si prefigurano tutti gli ET e le Guerre dei mondi e i Visitors e le Morti Nere a venire. Enrico Fermi, quasi quattro secoli più tardi, chiederà ai Fracastorii del suo tempo, come lui impegnati a fare e disfare il mondo nelle fila top secret del Progetto Manhattan: "Dove sono, se esistono, gli alieni?". Giordano Bruno, ai suoi tempi, aveva già risposto a muso duro: sono dappertutto, sparsi in mondi "innumerabili".

Non è il primo, tra i filosofi, a farsi immagine di questi condomini sparsi nell'infinito e degli alieni loro inquilini (un po' come gli utopisti e i militanti politici, in tempi più vicini a noi, si fanno immagine del paradiso). Sono millenni che gli astronomi osservano i cieli e calcolano e prendono appunti e lavorano di fantasia. Come racconta Annibale Fantoli in un libro bello e curioso, Extraterrestri, la storia di questi particolari visionari è antica, antichissima. Risale agli albori della filosofia, quando Epepicuro postulava l'esistenza, dentro il vuoto infinito", di mondi (anche lui) innumerevoli e ipotizzava che, all'interno di ciascuno di questi mondi formicolanti nell'abisso dei cieli, fossero "contenuti i semi dai quali si generano gli esseri viventi e le piante e tutto il resto che vediamo esistere". Lucrezio, un paio di secoli dopo, si dichiarava dell'idea che "in altre regioni dello spazio esistono altre terre oltre alla nostra e altre razze di uomini differenti, e altre specie selvagge". Anche Plutarco la vedeva allo stesso modo: mondi a pioggia, come una fuga di immagini riflesse negli specchi che si guardano da pareti opposte in un negozio di barbiere. Persino Sant'Agostino, quando non malediva gli eretici, contemplava la Gerusalemme celeste, ciò che lo metteva talvolta d'umore extraterrestre: mondi senza fine anche per lui, con relative genti, anzi addirittura mondi prima della creazione del mondo che ci è stato destinato - mondi creati "nel tempo prima del tempo", quando Dio non poteva certo restarsene inattivo acontemplare il nulla come gli statali fannulloni evocati in campagna elettorale.

Oggi persino il papa tedesco, anche lui reputato filosofo, se da un lato chiude ogni dialogo con i relativisti e i laicisti, negatori recidivi e irriducibili, dall'altro apre coraggiosamente agli alieni, da cui il Vaticano s'aspetta grandi cose. Ed è un po', a pensarci, come se avesse rubato i dialoghi a James Blish, autore di Guerra al grande nulla: vedi mai che l'onnipotente abbia mandato l'Agnello Suo a toliere i peccati anche da altri mondi. Ma c'è anche un coté laico-materialista dell'affare alieno. Vuole infatti una legenda che più di vent'anni fa, un attimo prima della caduta del Soviet Supremo, quando il leader del Cremlino incontrava quello della Casa Bianca per trattare la resa, Regan avesse proposto a Gorbaciov un'alleanza strategica in caso d'invasione aliena. Né l'uno né l'altro erano esattamente dei filosofi (per quanto a Gorbaciov, che lasciò la carica di segretario generale del Pcus per fare l'ospite d'onore al Festival di Sanremo e il testimonial per una catena di pizzerie, toccò prendere con filosofia gli alti e i bassi della sua carriera). Tuttavia il fato che questa leggenda sia stata tramandata testimonia d'una stretta affinità tra teologia, Hollywood, grande politica e filosofia: l'arte stessa del "magus" rinascimentale. Detto ciò, Giordano Bruno se li lascia tutti dietro, a mangiare la polvere, teologi e filosofi e presidenti e papi e segretari generali. Fu Giordano Bruno a tirare per primo le fila di tutte queste visioni e a dare loro una forma definitiva, anticipatrice, mai andata fuori corso.

Siamo nel Rinascimento e la concezione tolemaica dell'universo è ormai al patatrac mentre si fanno largo a spallate, un po' smargiasse, le teorie di Copernico e dei suoi ragazzi, gli astronomi, gli scienziati e, tra loro, anche qualche esoterista e magus e teorico hard della politica, tipo appunto Giordano Bruno. Che non sia il Sole a danzare intorno alla Terra immobile, ma la Terra a fare quattro salti intorno al Sole, ormai lo dicono in molti sforzandosi di raffigurarsi, ma con fatica e a stento, un universo così strambo (vale a dire un universo in tutto e per tutto teorico e filosofico, al di là d'ogni immaginabile esperienza). Siamo nel Rinascimento, ma la strada, naturalmente, è ancora lunga: per la maggioranza degli umani l'universo rimane uno spazio finito, le stelle fisse, il cosmo un giardinetto immobile che l'Onnipotente coltiva nei ritagli di tempo, come quegli orticelli di periferia, soffocati dallo smog, a lato dei binari della ferrovia, dove zappettano i pensionati la domenica. Giordano Bruno , che pure è scarso nelle scienze esatte, e di gran lunga più a suo agio con quelle politiche e socio-psicologiche, non ha dell'universo un'idea così meschina. Di tutto manca, per esempio di fede, in dio e nel papa, ma ha più fantasia di quanta gliene occorra e così l'universo se lo immagina infinito, eterno, non un monolocale da passarci la vita cheek to cheek ma una foresta senza limiti, una stanza senza più pareti. Lui ragiona così: "Se uno stendesse la mano oltre quel convesso, quella non verrebbe essere in loco, e non sarebbe in parte alcuna, e per consequenza non sarebbe l'essere". Per dirla in lingua più fresca: se qualcuno allungasse la mano al di là dello spazio finito, la mano non occuperebbe alcuna posizione nello spazio né spazio alcuno, dunque non esisterebbe. Ma come augurarselo un universo così? Un universo così è da burletta, non sta né in cielo né in terra. "Una sola risposta risolveva l'indovinello: l'universo era senza confini, quindi illimitato e infinito", scrive Edward Harrison in Maschere dell'universo (libro straordinario, che con l'occasione, e per quel che mi costa, consiglio caldamente a tutti). Bruno non è il solo, intendiamoci, a figurarsi infinito (o meno finito di quanto sembri) l'universo là fuori, oltre il Sole e le stelle. Ben altri astronomi, scienziati veri, stanno provvedendo a dilatare, in quegli stessi anni, gli orizzonti cosmici. Bruno è un dilettante e un visionario. E non ha vergogna. Insaporisce la sbobba astronomica, che dopotutto è una triste scienza, con un pizzico abbondante di spezie fantascientifiche, stile Jules Verne, tipo Isaac Asimov.

Non se lo immagina soltanto infinito, l'universo. Se lo figura anche densamente popolato, plurale, affollatissimo, come le stazioni e gli aeroporti all'inizio delle ferie: ogni stella un sole mio, pianeti a gogò, ovunque uomini e animali. Un po' perché così gli sembra che logica comandi, un po' perché così ragionano i maghi, per simpatie e simmetrie, secondo il principio del tanto mi dà tanto. Bruno salta subito e con sicurezza alle conclusioni, audacemente, dal "bi" al "ba" senza tappe intermedie. Sono conclusioni, per la verità, leggermente fuori misura, che continuano a sembrare azzardose, contestabili e per così dire pazzerellone anche oggi, quando "Urania" esce con regolaritàin tutte le edicolee chi non guarda mai Star Trek non sa cosa si perde, ma intanto sono conclusioni moderne, perfettamente allineate con le nostre alienazioni, di noi civilizzati. Non ha senso qui discutere o addirittura stabilire se bruno avesse torto o ragione. Era un bel ragionamento, il suo. Era un ragionamento filato. Avere anche ragione, dopo averla detta così bene, sarebbe davvero un di più, come i miracoli per i santi. Non lo sappiamo noi, dopoquattro secoli d'osservazioni e calcoli, di telescopi e radiotelescopi, di fisica e astrofisica, se ci sono nell'universo altri pianeti abitati. Figurarsi se lo sapeva Giordano Bruno (o se lo sa adesso il papa, per non parlare di Ronald Regan o di Mikhail Gorbaciov). Non sappiamo neppure, per quanto le teorie di sicuro non scarseggino, se l'universo è infinito e in espansione lineare oppure curvo e ripiegato su se stesso come un lenzuolo nell'armadio, come continuiamo a non sapere neanche vagamente chi siamo e dove si va, ché l'universo è un bel mistero, le scienze arpe di poeti. Noi non sappiamo granché e Giordano Bruno sapeva ancor meno.

Ma per essere uno che tirava a indovinare non mancava d'una certa grandezza. Erano (e sono) tempi bui e morti. Erano (e rimangono) rari gli esseri umani che usano la testa per scopi diversi dall'arricchire i coiffeur. Giordano Bruno, con tutti i suoi difetti, almeno non era un conformista con il rosario tra le mani e una cavezza al collo. Sentite con quale eleganza, e anche con quale esattezza, farnetica e straparla: "Non è un sol mondo, una sola Terra, un solo Sele, ma tanti son mondi quante veggiamo lampade luminose, le quali non sono più né meno che queso mondo in cui siamo noi, sì che il cielo, l'aria infinito, immenso, è seno, ricetto et campo in cui altri sono, muoveno, viveno, vegetano et poneno in effetto gli atti delle loro vicissitudini e producono, pascono, mantieneno gli loro abitatori ed animali. Sì che ciascuno di questi mondi è un mezzo verso il quale ciascuna delle sue parti concorre".

Parole a vanvera. D'accordo. Ma avete mai sentito parlare i politici? E i veri credenti, i megafoni del sol dell'avvenire, i portavoce delle verità rivelate, i portaborse del grande spirito? Vi ha mai suonato il campanello qualche venditore d'aspirapolvere patafisica? Proprio il fatto che, difettandogli la scienza, come e più della prudenza, Bruno lanciasse i dadi per vedere che numero sarebbe uscito o se i dadi per caso non sarebbero oplà svaniti nell'aria, cosa che magus qual era non l'avrebbe affatto sorpreso, fa senz'altro di lui un nostro contemporaneo. One of us, come diceva Marlow, il marinaio di Conrad, uno di noi. (Be', non di tutti noi: qualche presente, come sempre, escluso).