venerdì 29 gennaio 2010
Giordano Bruno One of us
mercoledì 18 marzo 2009
il mio nome è nessuno

"Dal Western, soprattutto, nasce il mito ed è il mito che dà il miglior cinema. <...> Grazie a esso siete padroni della prateria, del vento, del cielo, dei luoghi in cui non siete mai stati. Poi, ed è molto importante, libera tutto ciò che i personaggi hanno al fondo di loro stessi, li fa ridiventare primitivi, parenti dei Greci: in essi ritroviamo Edipo, o Antigone. Il mito riappare"
Parola di Anthony Mann. E se lo dice il regista de "L'uomo di Laramie" - innegabilmente sceneggiato da Eskilo - possiamo crederci.
L'immaginario western sgambetta in un mondo nuovo e profondamente antico, i cui confini nulla hanno a che fare con quelli geografici o imposti, le cui regole sono già date e mai stabilite -chiedete a Roy Bean.
Un mondo in cui John Wayne è stato immerso da bambino nello Stige (o nel Rio Grande) per poi riemergere invulnerabile.
L'ultimo mondo da sfidare e temere.
Pare che a pensarla così fosse anche James Joyce, uno che sfidò, temette e... pagò il conto, ad Omero.
Folgorato dallo schermo, volle incontrare personalmente Eisenstein per discutere la trasposizione cinematografica del suo Ulisse, suggerendo il nome di John Ford per la regia.
Forse consolatoria per i "letterati", la tesi secondo cui sarebbero state le origini irlandesi del regista ad orientarlo mi convince poco. Molto più attinente al Dublinese -e forse un po' consolatoria per me- è l'intuizione che solo il linguaggio western di Ford potesse tradurre un'Odissea.
"L'Iliade è orientata ad Est rispetto alla Grecia, L'Odissea verso Ovest"
M. I. Finley - "il mondo di Odisseo"
"Cavalcò verso Ovest e andò tutto bene..."
Joe R. Lansdale
lunedì 27 ottobre 2008
due, tre, molti.... illinois!

è rimasta al suo posto fino al 1972 ed esiste ancora, collocata nell'atrio dell'accademia di polizia di chicago. è la statua in bronzo raffigurante un poliziotto, eretta in haymarket square.
tutto quel che avrebbero voluto rimanesse delle rivolte dei primi giorni di maggio del 1886.
più volte danneggiata o distrutta negli ultimi cento anni e oggetto di ben due attentati da parte dei weathermen... nulla da fare, è alla fine sempre risorta.
sul piedistallo di cemento, mai rimosso, si può ancora leggere: "NEL NOME DEL POPOLO DELL'ILLINOIS, VI ORDINO DI DISPERDERVI"
e nella vita, la risposta a tutto rimane sempre john belushi!
I HATE.....
martedì 21 ottobre 2008
mercoledì 24 settembre 2008
siamo venuti per poco perché per poco si va

Antonio -
Ai miei occhi il mondo, Graziano,
non è che un palcoscenico
dove ognuno è costretto a recitare la parte
che gli è stata assegnata. Quella mia è triste."
Graziano -
A me sia data la parte del buffone allora;
e siano il riso e l'allegria a scavarmi le rughe dell'età;
il fegato mi si infiammi col vino,
ma il cuore non si raggeli di sospiri mortali.
Perché mai dovrebbe un uomo,
quando il sangue gli scorre caldo dentro,
restarsene seduto come suo nonno scolpito nell'alabastro?
Dormire, se è sveglio? o farsi prendere dall'itterizia a forza di campar di malumore?
Ascolta, Antonio, ch'io ti voglio bene ed è l'amore che mi fa parlare:
al mondo c'è una specie d'uomini dal viso impenetrabile e intorbidito come acqua stagnante,
che serba un ostinato silenzio per acquistarsi fama di saggezza,
gravità e profondità di pensiero e par che dica:
"Son io l'Oracolo, e quando apro la bocca, nessun cane s'azzardi ad abbaiare!"
O mio Antonio, ne conosco di uomini,
reputati saggi sol perché rimangon sempre zitti;
mentre se appena aprissero la bocca, son certo
che farebbero dannare tutti gli orecchi che,
nell'ascoltarli non potrebbero che tacciar da stolti questi loro fratelli.
Ma di questo, parleremo un'altra volta.
Non usare la malinconia come un' esca per pescar l'insipido ghiozzo di una tale stima.
Via, mio buon Lorenzo, andiamo, finirò il mio sermone più tardi...
william shakespeare - il mercante di venezia - atto I, scena I
lunedì 22 settembre 2008
just my rifle...

"incarnava in modo perfetto l'infanzia oppressa dei vicoli. cresciuto sul lastrico. tubercolotico a tredici anni, sifilitico a diciotto, condannato a venti... pallido, con il profilo affilato, l'accento dei sobborghi, gli occhi grigi e dolci... si guadagnava la vita nelle drogherie di mouffettard dove i commessi si alzavano alle sei del mattino preparavano le vetrine alle sette e salivano a riposare in una soffitta alle nove di sera, morti di stanchezza, dopo aver visto durante la giornata il padrone annacquare il latte, il vino, il petrolio, falsificare le etichette...
sentimentale, le canzoni malinconiche dei cantanti girovaghi lo commuovevano fin quasi alle lacrime, non sapeva come abbordare una donna per non essere ridicolo...
si era sentito rinascere sentendosi chiamare compagno

andré soudy, forse il più sculato della banda bonnot, "l'uomo col fucile".
l'unico a cui serge dedica più di qualche rigo nelle sue memorie.
classe 1892 morto ammazzato nel 1913 ventunenne da soli due giorni.
tra le pagine di un piccolo libro, edito da deriveapprodi, in mezzo alla guerra civile spagnola ed alla ricetta delle vongole allo jerez, si riporta quel capolavoro che sarebbe stato il suo testamento:
1) lascio i miei occhiali, i miei grimaldelli e il mio mazzo di chiavi false al ministro della guerra, affinché impari a risolvere i suoi problemi di militarismo
2) lascio il mio cervello ai decani della facoltà di medicina della sorbona
3) lascio il mio cranio al museo di antropologia e ne autorizzo l'utilizzazione a beneficio delle soupes comuniste
4)lascio i miei capelli al sindacato dei parrucchieri e dei lavoratori coscienti e alcolici. auspico che siano messi all'asta e il ricavato distribuito a favore della causa e della solidarietà operaia.
de andrè e brassens erano sicuramente di là da venire, e a dirla tutta, anche breton e compagni...
"il fait froid, au revoir !"
giovedì 31 luglio 2008
lunedì 4 febbraio 2008
2°
ero venuto ad apprendere che questo mese, la frizzantemente retrograda rivista di economia domestica “Marie Lou”, della quale mia madre conservava religiosamente tutti i numeri, impilati in polverose colonne, precarie ma sempre ostinatamente immobili come macerie di un tempio greco;
dicevo, la rivista “Marie Lou”, che a sentirla nominare mi s’era acceso qualcosa nel cervello, come la fastidiosa spia d’un serbatoio vuoto che in quel momento lampeggiava -in modo piuttosto inopportuno- segnalandomi la presenza, nella scatola cranica, di imbarazzanti ricordi legati alla plastificata donnina, solo vagamente più ammiccante del solito, stampata sulla copertina del numero di maggio del’71...
Beh, proprio quella rivista lì, questo mese consigliava alle fedeli lettrici di:
- Ravvivare gli ambienti con un tocco di colore per ristabilire un rapporto armonioso con la casa – citò diligentemente mia madre.
Fantastico! ristabilire il rapporto armonioso con la casa... mi chiedevo quando l’entità Casa sarebbe arrivata a pretendere versamenti su conti bancari alle Cayman e sacrifici umani, per accordare la sua benevolenza.
Rassegnato e appesantito, riuscii a trascinare il mio stomaco in cortile, lusingandolo con la promessa di una sigaretta.
Perchè se mia madre era schiava della sua singolare dimora, io lo ero del mio apparato digerente.
1°
Povero Miodrag, faceva pena a guardarsi. Non si poteva nemmeno dire che li indossasse ormai i suoi vestiti, ci abitava dentro da subalterno, come uno schiavo presecessionista nella tenuta padronale.
Risalendo a passo di gambero il viale che dalla strada principale conduceva a casa dei miei, rivolgevo ancora il viso alla sagoma del vicino jugoslavo che non smetteva di farmi cenno con la mano e che mi seguì con lo sguardo fino all’arrivo.
La porta che dava sulla via era socchiusa; la scena che mi accolse mi raggelò. Era qualcosa di assurdo, cruento ed irreale.
Un vecchio, in maniche di camicia, con uno sguardo cinicamente svogliato percuoteva ripetutamente quello che aveva tutta l’aria di essere il cadavere di un minuscolo alieno.
Lo teneva stretto per il collo con una sola mano, e continuava a martoriarlo frollandone i resti contro una parete. Il risultato dell’operazione era agghiacciante; densi schizzi color prato all’inglese ricoprivano la stanza, la mano del vecchio era tutt’uno con quella poltiglia verde e deforme che si stava sbriciolando.
Mi rivolsi con un balbettio alla donna che, continuando a trafficare nella stanza accanto, faceva di tanto in tanto capolino dalla porta quasi a controllare che tutto stesse procedendo come oscenamente stabilito:
- Mam..ma.... – dissi – COSA...cosa sta.... facendo... papà?!?
- Sta spugnando, tesoro! non lo vedi?! – rispose con naturalezza ed una punta di fastidio, senza smettere neppure per un attimo di armeggiare con le pignatte.
Ci misi tre minuti buoni a focalizzare l’attenzione sul secchio della vernice sul quale mio padre si stava chinando ad intingere il venusiano tampone, per la cui sorte non potevo comunque non provare infinita compassione.
- ...Spugnando?! – continuavo a ripetere inebetito...
venerdì 23 novembre 2007
jacob

Marius Jacob
Non sapevo come potesse accadere, non riuscivo a muovere un solo muscolo: incatenato, spalmato, immobile, la penombra mi stordiva, mi riempiva di ovatta il cervello, ma non mi risparmiava il caldo. grondavo e respiravo piombo.
-importanza!-
Dicevo, cose senza importanza: accendini, tappi, post-it...
e fin qui nulla di strano, è capitato a tutti di perdere qualcosa; attribuì il fenomeno alla mia congenita distrazione.
D'un tratto però, le cose iniziarono a riapparire. No, non fraintenda, non le ritrovavo così, casualmente, in chissà quale anfratto del mio buco d'appartamento. Letteralmente ri-ap-pa-ri-va-no! Esattamente nel posto e nella posizione in cui avrebbero dovuto trovarsi. E lo facevano sotto i miei occhi!
domenica 4 novembre 2007
non si tocca

un libricino. collettivo editoriale 10/16, stampato nel 1977, formato bignami, copertina arancione.
è "il diritto all’ozio" di lafargue.
lo rigiri e, sul retro, un altro titolo: un ironico “arbeit macht frei”, ossia "il lavoro rende liberi", di un certo karl absent.
curioso nome, e curioso personaggio deve (...avrebbe potuto?!) essere, questo absent.
l’altrettanto curiosa edizione trova infatti, nelle sue cinquanta pagine complessive, anche lo spazio per una divertente nota biografica:
inizia mettendo le mani avanti, avvertendo circa l'inutilità di un'eventuale ulteriore ricerca sui dati dello scrittore (per l'appunto..."absent"). vi si legge poi di una sua libera docenza in “nocività del lavoro”, presso un’università dell’illinois; della direzione di una rivista in lingua francese e di un quotidiano in lingua inglese; ma soprattutto di un’auto-candidatura al nobel per una "memoria sulla moltiplicazione energetica dei vasi da fiori".
una firma simbolica. un' inaspettata chicca surreale.
in conclusione viene riportato anche un falso aneddoto:
nel 1974, in un dibattito televisivo col ministro del lavoro olandese, dopo averlo zittito contrapponendogli un’infinità di dati oggettivi sulla negatività del lavoro, il nostro avrebbe terminato il suo intervento con questa dichiarazione:
“per questo, signor ministro, il lavoro non si tocca!” aggiungendo, dopo una breve pausa, “...perché fa schifo!”
in fondo poco importa che quest’uomo sia o meno esistito realmente.
lo voglio dar per buono, giusto un attimo, solo per potergli tributare un ghigno ed un applauso!
mercoledì 31 ottobre 2007
della vita e della morte

ma passano gli anni, passa anche il 1924.
nel 1933 osip mandel'štam compone l’ epigramma di stalin.
nel 1938 viene arrestato, per la seconda volta.
una subdola e provocatoria telefonata, ormai celebre, del piccolo padre all’amico ed antagonista letterario di mandel'štam, boris pasternak:
s: è davvero un maestro, questo mandel'štam?
p: non è questo il punto.
s: quale, allora?
p: dovremmo incontrarci per parlare.
s: di cosa?
p: della vita e della morte.
stalin semplicemente riaggancia il telefono.
giovedì 25 ottobre 2007
musica dalla terra

era il 1977, quaggiù troppe cose stavano accadendo e forse due occhi non bastavano, a chi c'era, per guardare questo mondo. ma -ancora forse- proprio per questo, in qualche anfratto della memoria, qualcuno ha conservato il ricordo di questa storia.
1977, agli inizi dell'autunno la sonda spaziale voyager s'incammina, assieme alla sua gemella, per la strada più lunga che si possa immaginare; portando con sè, in rappresentanza, "cimeli" d'umanità da seminare ai confini del sistema solare.
è il 1977, i supporti di riproduzione miniaturizzati sono ancora di là da venire, e la parola "disco" indica comunemente il vinile. ma nella navicella voyager non può esserci un disco comune, niente pvc -alla nasa si fanno le cose in grande- la voce della terra deve essere incisa sull'oro! immaginate ora un disco, un bellissimo disco d'oro massiccio, ancora vergine, che aspetta di divenire ambasciatore dell'intera razza umana...
una commissione si riunisce per stabilire quale sarà il suo contenuto.
e così vengono incisi suoni naturali, musiche tradizionali di ogni parte del globo, frasi, saluti in tutte le lingue e brani di musica classica. ma la questione più complicata che la commissione guidata da carl sagan si trovò a dover affrontare, fu forse quella dell'inserimento di una testimonianza del proprio tempo.... una scelta difficile come parlare in prima persona, quella delle canzoni.
dopo lunghe tribolazioni vennero selezionati solo tre brani.
in questo momento, a miliardi di chilometri dal sole, c'è un disco d'oro che porta incisi gli assoli di louis armstrong, il blues rurale di blind willie johnson e il rock'n roll puro di chuck berry.
se mai un giorno avremo una sola possibiltà di essere risparmiati da un'invasione aliena, sarà johnny b goode.



